Afeltra è morto
Amalfi
ha proclamato il lutto cittadino, mentre il sindaco Antonio De
Luca si è recato con il gonfalone a Milano per seguire il
funerale che si terrà oggi per Gaetano Afeltra, una delle
firme più prestigiose del giornalismo italiano. Ma i primi ad
affiggere un manifesto funebre sono stati gli amici del “Bar
Savoia”, il bar dove don Gaetano, come lo chiamavano, si
sedeva per prendere notizie e scriverle. Ieri siamo stati li e
ci siamo seduti a quella sedia che Antonio Amatruda conservava
sempre nello stesso posto con vista sulla piazza Flavio Gioia.
Da qui lui scriveva e pensava al giornale mentre trascorreva
le sue vacanze estive ad Amalfi. Afeltra aveva 90 anni, era
nato ad Amalfi l’11 marzo 1915, il padre era segretario
comunale, e viveva a Milano, li è morto domenica 9 ottobre a
mezzogiorno.
Con Amalfi Afeltra aveva un rapporto d’amore
profondo, ma anche conflittuale. Quando morì il fratello
monsignor Andrea nel 1979, che lui aveva sostenuto negli
studi, Afeltra avrebbe voluto che fosse tumulato nella
cattedrale, questo non avvenne e si allontanò dalla città per
quasi 17 anni. Anche se manteneva il contatto quotidiano con
la sua terra, si faceva informare da Amatruda o dal libraio
Savo, oppure da amalfitani trapiantati a Milano da Pierino
Florio, direttore della biblioteca comunale a Milano, o Mario
Laudano, giornalista della Gazzetta dello Sport. Poi la ferita
si risanò ed è tornato nella sua Amalfi, poi a Positano, dove
ha avuto i riconoscimenti per il Premio di Giornalismo
sponsorizzato da Mare, Sole e Cultura dell’Istituto per gli
studi filosofici di Napoli, a Palazzo Murat dove lo ricordiamo
con suo fare ieratico da icona del giornalismo, uomo da una
lucidità impressionante con i suoi elzeviri sul corriere. Sul
mestiere dava pochi consigli. “Non è facile fare il
giornalista, bisogna avere elasticità mentale, curiosità ed
essere sempre più preparato, oggi il giornalista è sempre meno
un letterato mancato e piu un tecnico. Quindi bisogna pensare
al taglio per la notizia, l’impaginazione ed i titoli ben
centrati. Ma soprattutto ci vuole molta pazienza.”
L’11 marzo scorso, il presidente
della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in un messaggio d'auguri
per il suo 90esimo compleanno, scriveva: Afeltra «ha lasciato
nella storia del giornalismo italiano una traccia profonda e
duratura». «Ha saputo unire a un’eccezionale capacità di
interpretare i sentimenti e gli interessi degli uomini del
nostro tempo, uno straordinario rigore nel rispettare la
realtà dei fatti, e l’adesione costante a una scala di valori
radicati nella cultura democratica dell’Italia repubblicana».
Afeltra era arrivato a Milano nei primi anni
Quaranta e, dopo una breve esperienza giornalistica a
L'Ambrosiano, fu chiamato al Corriere della Sera alla fine del
'42. Al Corriere è stato redattore, redattore capo e
vicedirettore (ha fatto il titolo sulla liberazione e sul
referendum che proclamò Repubblica l’Italia). Attualmente
collaborava con le pagine della cultura e ricopriva l'incarico
di consigliere del gruppo Rcs Quotidiani. Dal 1972 al 1980
Alfetra ha diretto Il Giorno, il quotidiano milanese nato nel
1956 che impose una nuova e moderna formula giornalistica
fatta di titoli grandi e vivaci, un'impaginazione brillante e
movimentata, l'uso del colore e articoli brevi e scritti in un
italiano immediato ed essenziale. Afeltra sostituì al giorno
Italo Pietra, che a sua volta era subentrato a Gaetano
Baldacci. Oltre che giornalista Alfetra era anche scrittore e
memorialista. Una virtù che ha scoperto praticamente a
settanta anni. Il suo stile andava al ricordo per un’Amalfi di
inizio secolo, con si suoi riti semplici e puri, e usi e
costumi di ieri e di oggi ricordati con accuratezza e
leggerezza, fra la simpatia e l’ironia. Tra i suoi libri da
segnalare «Corriere primo amore», «Milano amore mio»,
«Missiroli e i suoi tempi, «Desiderare la donna d'altri»,
«Famosi a modo loro», «Com'era bello nascere nel lettone» e
anche “Positano darà la luce al mondo” scritto con Dino
Buzzati, doveva essere un film, fu proposto a Roberto
Rossellini che se ne entusiasmò. La storia di Natella che
volle far credere al mondo intero che da Positano poteva
nascere la luce senza corrente elettrica, uno scherzo che
alleggerì la pesantezza dell’epoca, siamo tra le due guerre,
che attirò tutti i giornali di quel periodo. Incuriosendo
persino Marconi. La curiosità di Afeltra lo portò a riscoprire
anche questa storia e a scriverne un libro, ecco, forse era
questa la sua dote più grande, la curiosità che lo ha portato
ad essere una delle più importanti firme del giornalismo
italiano contraddistinguendolo, come ha detto Biagi ieri, per
la sua “umanità”, tipica degli uomini del sud di cui lui era
parte integrante e della cui profondità era impregnata la sua
penna.
Michele
Cinque 11/10/05 |