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Domenica 16 Maggio 2004  

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Spett.Le Imprenditore,

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IL COPERTO SI PAGA. MA NON C'E'

 

Piaceri di Camilla Bresani

 

Nella precedente puntata di questa rubrica, sul numero di aprile di «Ventiquattro», dicevamo che, arrivati a una certa coscienza dei propri gusti e del valore dei soldi spesi per svagarsi, ci si rifiuta di subire vessazioni soprattutto in materia di quel piacere che dovrebbe essere andare al ristorante.

Riprendiamo quindi l'elenco di ciò cui è giusto opporsi, ancor più motivato dalla constatazione che negli ultimi due anni i conti dei ristoranti sono passati quasi ovunque da una media di 40mila lire a 40 euro a testa, spesso senza criterio e a fronte di salari e stipendi rimasti praticamente uguali.

Intanto va detto che abbiamo diritto di mangiare con tovaglia e tovaglioli di stoffa. Quando non si è a casa propria, si ha il legittimo desiderio di poggiare mani e braccia dove non l'abbiano appena fatto altri (per non dire del raccapriccio che coglie chi assiste a certe pulizie sommarie, con pezzette umide che trascinano lo sporco da un tavolo all'altro).

Due numeri fa, scrivendo di Roscioli a Roma, notavo come fosse il caso di coprire i tavolini con tovaglie intere e di eliminare i tovaglioli di carta a costo di ritoccare i prezzi. Faccio ammenda: riconsiderando il conto pagato, c'è senz'altro margine sufficiente per offrire coperti che siano davvero tali. Sempre in tema d'igiene, fanno inorridire certi sfoggi d'antipasti e verdure cotte all'ingresso dei ristoranti: laddove i clienti s'accalcano in attesa d'essere scortati ai tavoli, le signore scuotono i capelli o li ravviano, e ci si leva o infila cappotti più o meno puliti, non dovrebbero mai essere esposti cibi pronti. Come invece succede da Ilia a Milano e alla Carbonara di Roma, per citare un paio di ristoranti noti.

Altra cosa irritante è la qualità di certa manovalanza messa a
far da cameriere: prima di affidare la sala a individui che sembrano planati da un altro mondo, che non sanno dirti di che carne o pesce sia composto un piatto e devono ogni volta chiedere in
cucina, li si costringa ad assaggiare le pietanze in lista e a imparare di cosa e come siano fatte.

 

Terribili le tovaglie di carta, gli antipasti presentati vicino all'ingresso e i camerieri ignoranti.

 

AI Before di piazza Nicosia, a Roma, richiesta di informazioni sul prosciutto "di Cinta" in menù, la cameriera andò a consultarsi in cucina, riferendo poi che "forse " si trattava di prosciutto spagnolo.

In chiusura, una constatazione spoetizzante: sta per tornare l'estate, ma ormai sappiamo che gran parte dei locali con tavoli all'aperto va evitata. È una tortura  mangiare con il rumore e la puzza del traffico, o finire a farsi divorare dalle zanzare in cortili dove l'aria ristagna e ogni pietanza è condita dall'odore di zampironi e citronella.

Da questo punto di vista nella scelta dei ristoranti vale quello che vale per i taxi: meglio ben sigillati e con l'aria condizionata..

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