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IL FATTO STORICO

Per capire il perchè è iniziata questa questa manifestazione dobbiamo ricordare cosa accadde nel 1460… Per questo abbiamo chiesto al prof. Giuseppe Gargano, docente di italiano e latino del Liceo Scientifico E. Marini di Amalfi, ed esperto di storia locale di poterci raccontare, nel dettaglio, cosa accadde:

TERRA TRANSMONTI: DIES SEPTIMA MENSIS IULII A.D. MCDLX

(TERRA DI TRAMONTI: GIORNO 7 LUGLIO 1460)

 Il ducato di Amalfi, dopo un'altalenante successione di periodi di dipendenza diretta regale e di momentanea infeudazione ad esponenti della nobile famiglia Colonna, fu stabilmente concesso in feudo da Alfonso I d'Aragona, divenuto sovrano di tutto il Meridione d'Italia, a Raimondo del Balzo-Orsini, conte di Nola e di Sarno, come dote per la sua sposa e zia del nuovo re, Eleonora d'Aragona, malgrado le proteste degli abitanti, che reclamavano le proprie immunità.

L'analisi dei dati fiscali di quegli anni mostra che il centro maggiormente tassato era Tramonti, seguito a ruota da Maiori: ciò significava che in queste terre erano attive numerose famiglie di borghesi, dediti all'artigianato, all'imprenditoria e al commercio, praticamente quelle che contribivano a rimpinguare con le imposte e i dazi le casse dello Stato, dato che nobili, clero e nullatenenti erano esenti dal pagamento.

Il duca Raimondo ebbe praticamente a cuore la terra di Tramonti, per cui ne rinforzò le difese, edificando la torre di Chiunzi (1454) e il castello di S. Maria la Nova o di Particella (1458), ora cimitero. Questo fortilizio era tutto cinto di mura, con dieci torricelle e sette mezzi bastioni quadrati; aveva nel suo ambito l'edicola in onore della Beata Vergine Maria, cisterne, depositi di munizioni e di viveri. Mediante i rintocchi di una campana, da quella fortificazione si poteva allertare la popolazione in caso di attacchi e di pericoli.

Casella di testo: Ferdinando I d'Aragona, detto Ferrante 
Alla morte del duca Raimondo, avvenuta nel 1459, la sua consorte divenne la reggente del ducato. Ella amava risiedere spesso nel castello di Tramonti, da dove emanava ordinanze e spediva dispacci, puntualmente editi dallo storiografo erudito amalfitano Matteo Camera. Eleonora era una donna ardimentosa ed attiva sul piano politico; ella finse di essere fedele al giovane nipote Ferrante o Ferdinando, che stava rinforzando il suo potere come nuovo re di Napoli, ma segretamente cominciò a tramare contro di lui, sostenendo la posizione del principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini, parente del defunto marito. Ribellioni, scontri, disubbidienze erano allora di moda nel regno aragonese di Napoli, in quanto non mancavano resistenze filo-angioine da parte di baroni che erano stati largamente gratificati dai precedenti regnanti. 

In effetti Ferdinando, figlio e successore di Alfonso I, si trovò a lottare non poco per affermare la sua supremazia nel regno; gli era contro Genova e il pontefice Callisto III lo odiava. Alla morte di quest'ultimo fu eletto papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, il quale concluse con lui un accordo, per cui il nuovo re potè trarre un sospiro di sollievo. Ma gli si opponevano fortemente numerosi baroni regnicoli, con i quali si schierò anche la duchessa Eleonora di Amalfi. Non è un caso, forse, se ella, che tra novembre e dicembre 1459 soggiornava a Tramonti, nei mesi successivi ritornò nel palazzo ducale di Amalfi: infatti i tramontani si dimostravano fedeli agli aragonesi, mentre gli amalfitani sembravano seguirla nel suo folle disegno dell'appoggio a Giovanni d'Angiò che dalla Francia ambiva occupare Napoli e rivendicare per sè la corona che era stata dei suoi antenati.

Così Eleonora incoraggiava la rivolta anti-aragonese e filo-angioina di Amalfi, Atrani, Agerola, Scala, Conca e del casale tramontano di Cesarano: i ribelli erano appoggiati da alcune navi francesi e genovesi ancorate nel porto amalfitano. Restavano fedeli alla causa aragonese tutti gli altri casali di Tramonti e la città di Ravello.

La posizione di Ferrante si mostrava alquanto critica: egli non aveva allo stato una flotta capace di opporsi al tentativo di aggressione angioina ed era, inoltre, senza danari. Ciononostante riuscì ad armare una flotta, reclutando navi in tutto il regno.

Intanto Giovanni d'Angiò convinceva i genovesi a far vela verso Napoli con le loro navi, mentre in Calabria accendeva la rivolta Antonio Centelles. La flotta genovese fu più volte respinta, a colpi di bombarde, dai porti di Napoli e di Pozzuoli; allora si ritirò alla foce del Sarno. Gli aragonesi tentarono di attaccare gli angioini ivi stanziatisi, riscuotendo, grazie all'effetto sorpresa, un momentaneo successo. Ma pochi giorni dopo, il 7 luglio 1460, re Ferrante subì una tremenda sconfitta a Sarno, riuscendosi a salvare grazie al provvidenziale ed arguto intervento di milizie cavesi e dei tramontani che lo condussero nella loro terra. Per l'occasione il pretendente angioino, rincuorato per l'affermazione ottenuta, poteva esclamare: << Li havemo roti et sfracassati in modo che mai più se rapezzano! >>.

Intanto la lotta continuava, con l'impegno in prima persona della regina Isabella, che riusciva miracolosamente e ricostruire l'esercito. Il 18 agosto 1462 Ferrante  infliggeva, nella battaglia di Troja, un'irreparabile sconfitta al suo nemico, con l'aiuto fondamentale di Giorgio Castriota Eskanderbeg, condottiero albanese. I soldati trasportati dall'Albania rimasero sul territorio del regno e diedero vita ad insediamenti  tuttora esistenti e fortemente legati alla lingua e alle tradizioni della terra d'origine. L'omonimo nipote dell'Eskanderbeg si trasferì ad Amalfi allo scorrere del XV secolo, dove andò a vivere in un palazzo che ancora oggi reca l'appelativo di "Castriota" insieme al largo civico attiguo.

Re Ferdinando I o Ferrante d'Aragona volle gratificare i tramontani che gli avevano salvato la vita nella triste circostanza della sconfitta di Sarno, dichiarando alcuni di essi nobili ed emanando un privilegio nel 1461, mediante il quale esentava dal pagamento di dazi e gabelle gli abitanti di Tramonti in atto di mercanzia o di commercio, sia sulla terraferma che sul mare. Analogo decreto fu inviato ai suoi fedeli ravellesi.

L'evento storico del sostegno al sovrano aragonese e dei conseguenti riconoscimenti viene puntualmente rievocato a Cava de' Tirreni ogni anno, con l'esibizione degli sbandieratori e dei trombonieri. A partire dal 2009 anche Tramonti ha inteso rivisitare  quelle splendide giornate, nel corso delle quali rifulse la gloria dei suoi coraggiosi Casella di testo: Cartina Storica di Tramonti
 figli, che si batterono con abnegazione e determinazione a favore della causa aragonese, scegliendo piuttosto la strada del presente-futuro a quella del ritorno al passato. E la loro scelta si rivelò subito propizia.

Così sfilano, lungo un percorso centralizzato intorno all'antica sede della municipalità tramontana, ove amava radunarsi l'Universitas Transmonti, gli emblemi dei tredici casali che attualmente compongono la Terra Transmonti, ognuno rappresentato dai propri simboli e da quei personaggi che realmente furono presenti a quella festa di popolo: Polvica, Campinola, Capitignano, Cesarano, Corsano, Figlino, Gete, Novella, Paterno Maggiore o S. Arcangelo, Paterno Piccolo o S. Elia, Pietre, Ponte, Pucara; a cui occorre aggiungere gli altri di un tempo: Bolvito, Grisignano, Pendolo, Solfizzano, Trognano.

Al tempo della storia che stiamo rievocando un cospicuo numero di casati borghesi, notevolmente arricchitisi in età angioina anche mediante la proficua attività di mutuatores dei sovrani, cioè di finanziatori ad interesse delle campagne belliche di questi ultimi, cominciava, così, ad assumere titoli nobiliari, in parte in virtù dei riconoscimenti di gratitudine del re aragonese e dei suoi immediati successori.

Allora Landolfo de Maranta era il medico personale della duchessa Eleonora d'Aragona; egli nel 1458 si fregiava del titolo di dominus e l'anno seguente fu nominato dalla feudataria amalfitana commissario provveditore incaricato del restauro di tutte le strade di Tramonti. Nel contempo, Telafo de Maranta fu un celebre notaio di Tramonti. Lo stemma araldico, usato dal vescovo di Calvi Fabio de Maranta (1582+1619), era uno scudo mareggiato con tre stelle ad otto punte poste in fascia nel capo, simbologia che stava forse ad indicare i traffici marittimi.

Alla famiglia de Madio apparteneva in quel periodo Martino, che fu arciprete di Tramonti e vicario generale dell'arcidiocesi di Amalfi, quindi vescovo di Bisaccia e poi di Bisceglie, in ultimo arcivescovo di Taranto. L'emblema araldico della stirpe era d'oro, ad un albero di pino di verde piantato sopra un monte di tre cime dello stesso, con tre cardellini annidati; il simbolismo rappresentava la posterità del casato.

Dei Vitagliano, antica famiglia tramontana, in quell'epoca primeggiava il giureconsulto Leone, che fu nominato capitano di Molfetta dalla regina Giovanna II d'Angiò. I Vitagliano usavano come stemma uno scudo d'azzurro, cantonato da quattro crescenti montanti d'argento, i quali rievocavano la fedeltà al casato dei Piccolomini, feudatari di Amalfi.

Venceslao Campitello di Tramonti fu regio tesoriere in Calabria, regio consigliere dal 1433 al 1470, feudatario di Rivioto d'Ipato nelle pertinenze di Policastro, conte di Melissa; prese in moglie Lucia de Comestabulo ed acquistò la terra di Abrigliano presso Crotone. Suo fratello Gregorio fu ufficiale registratore dei dispacci e dei decreti presso la regia Camera della Sommària e praticò attività mercantili. L'altro fratello Gallieno era miles e regio percettore delle imposte nelle province di Bari e di Terra d'Otranto. Il loro stemma si blasona: d'azzurro, alla banda d'argento sostenente un leone d'oro costeggiato in punta da tre rose dello stesso; la banda e le rose ricordano la milizia cavalleresca.

La stirpe dei Fontanella abitava, allora, in un palazzo ubicato nel casale Pietre ed era compatrona della chiesa di S. Felice alla Tenda.

 I Giordano possedevano un palazzo signorile nel casale Capitignano e varie sepolture nelle cappelle della SS. Trinità e di S. Leonardo, collocate nella parrocchiale di S. Maria della Neve; la seconda delle due predette cappelle fu fondata dai fratelli Antonello e Nicola nel 1445. Il primo dei Giordano ad assumere il titolo di nobilis fu Giuliano, che esercitò a Napoli la professione di medico verso la fine del XV secolo. L'emblema araldico del casato è uno scudo d'azzurro, all'albero di verde nutrito su di un fiume d'azzurro, accostato da due leoni d'oro controrampanti ed accompagnati nel capo da tre stelle d'oro; il significato del simbolismo è di certo legato a vasti possedimenti terrieri tenuti dalla stirpe.

I Marciano si nobilitarono con Giovanni Antonio, che fu nominato duca di Suessa dalla regina Giovanna II. A Tramonti vivevano in quel tempo il nobile giudice Perrotto, figlio di Puccio, inquisitore nella provincia di Basilicata, e il notaio Nicola, proprietario terriero nel casale di Paterno Piccolo e ad Agerola. Puccio, figlio del suddetto Perrotto, godette nobiltà in Scala, dove si iscrisse al locale sedile dei nobili. Egli nel 1453 cedette al figlio Giovanni Andrea una rendita ricevuta in precedenza dalla regina Giovanna II. Questi, insieme al fratello Bellotto, estraeva grano dal regno esente da imposte. Nel 1450 Andrea, figlio di Giovanni Andrea, risiedeva stabilmente a Napoli. L'emblema della famiglia era uno scudo d'azzurro, alla banda d'oro accompagnata da tre stelle dello stesso disposte due ed una; anche in questo caso sono evidenziati simboli cavallereschi.

La stirpe dei Bolvito aveva raggiunto un livello sociale ragguardevole già nel corso del XV secolo, quando Andrea, residente a Foggia, aveva preso in moglie Caterina, figlia di Rinaldo di Durazzo, naturale di re Ladislao. In occasione del tentativo di revanche angioina del 1460 Andreuccio Bolvito, partigiano degli Angiò, come i suoi conterranei di Cesarano, fronteggiò l'assedio delle truppe aragonesi dal fortilizio di quel casale. Così re Ferdinando, considerandolo ribelle, gli tolse i beni staggiti del regio fisco.

I Romano avevano, fin dagli anni '20 del XV secolo, lo iuspatronato della chiesa di S. Antonio di Vienne nel casale di Pietre; in particolare, Luca fu arciprete di Tramonti dal 1464 al 1512. Essi si blasonavano di nero, al leone d'oro coronato dello stesso, col lambello di rosso a tre pendenti attraversante sul tutto, in memoria della gratitudine ricevuta dai sovrani angioini.

I Palumbo avevano un palazzo nel casale Pietre, nel sito detto appunto "Casa Palumbo", e proprie cappelle nelle chiese di Polvica e in S. Felice della Tenda. Carluccio fu tesoriere di Venceslao Sanseverino, primo duca feudatario di Amalfi. Un colombo d'argento tenente nel becco un ramoscello di ulivo d'oro, il tutto in un campo di rosso, costituisce la figura parlante del loro stemma.

Nel 1454 era sindaco di Tramonti Carlo de Mola, discendente dell'erudito Cola, autore di una cronaca sulla storia di Amalfi; Paolo, soprannominato "il Padovano", perchè aveva studiato presso la famosa università veneta, fu milite e professore di medicina nell'archiginnasio di Napoli ai tempi della regina Giovanna II.

Il maggior esponente dei Caccabo fu Daniele, maestro d'atti della gran Corte dell'Ammiragliato. L'edicola marmorea della Madonna delle Grazie in Casa Vicedomini di Cesarano riporta il suo stemma, composto da una fascia, simbolo militare, con un monte di tre cime, che rievocava Tramonti, sormontato da una banderuola a due punte.

Casella di testo: Stemma famiglia Piccolomini
Sindaci di Tramonti, sempre nel 1454, erano Stefanello Salsano, Nicola de Geta e  Reginaldo Pisano.

La stirpe dei de Getis, di cui un ramo si era trasferito in Amalfi, era ancora presente a Tramonti e risiedeva nel casale di Pucara.

Alla borghesia tramontana della prima metà del secolo XV appartenevano i seguenti personaggi.

Innanzitutto i compatroni della chiesa di S. Erasmo di Pucara erano esponenti delle famiglie Vicedomino, Conte, de Angelo, Ruoppolo, Zito, Ricca.

I Pisano commerciavano dobletti di lana con nobili mercanti ravellesi e scalesi; essi abitavano in una residenza situata nel casale di Figlino.

Pasquale Torre, i cui antenati sarebbero provenuti da Seguni o Sanseverino, era proprietario di due botteghe nel casale Pietre.

Molti di questi personaggi sono rappresentati nel corteo storico che rivive, attraverso una ricostruzione verosimile e quanto più fedele agli usi e ai costumi dell'epoca, l'avvenimento, nell'immaginario collettivo di una popolazione legata fortemente ai pregni valori della tradizione, dell'insigne riconoscimento che il sovrano Ferrante d'Aragona volle attribire ai tramontani nel 1461, dopo che il 23 maggio di quello stesso anno aveva investito del ducato di Amalfi un altro suo fondamentale sostenitore nella guerra contro gli angioini, Antonio Todeschini Piccolomini condottiero di Siena e stretto parente di Pio II, ducato offerto come dote matrimoniale per sua figlia Maria, che aveva appena sposato l'eroico signore senese.

Nel Settecento i tramontani applicarano una lapide commemorativa sulla parete della parrocchiale di S. Giovanni Battista di Polvica congiunta al loro sedile, sulla quale è possibile leggere tuttora la seguente epigrafe:

D.O.M.

TRAMONTI HIC NOBILES VIRI

UT FERDINANDUS REX IPSOS

NUNCUPAVIT ET DECORAVIT

AD PATRIAE NEGOTIA CONGREGANTUR

AC SEDENT A.D. MCDLXI

Qui i nobili uomini di Tramonti, come re Ferdinando li dichiarò e li decorò, si radunano e siedono per gli affari della patria. Anno del Signore 1461.

 

 Lì è anche raffigurato lo stemma civico della Terra Transmonti, nel quale il monte a tre cime di verde è figura parlante, simboleggia, cioè, il toponimo della località costiera, l'azzurro è il cielo e il montante d'argento richiama quei duchi Piccolomini d'Aragona che continuarono a facilitare le fortune economiche e l'ascesa sociale delle operose genti di Tramonti.

 

 

 Prof. Giuseppe Gargano

Direttore Scientifico del Centro di Cultura e Storia Amalfitana

 


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