Il
giornalista Beppe Francese interviene sulla rivista -
Pizza & Core per la
"qualifica del pizzaiolo"
Da
più parte mi si dice: e giusto che in Italia non esiste
nei termini di legge una qualifica per il mestiere del
pizzaiolo? Sono pienamente d’accordo sul fatto che la
mancanza di una specifica qualifica per il mestiere di
pizzaiolo possa nuocere, e molto, a tale professione. E’
evidente, infatti, che per un mestiere storico come questo
è più che necessaria una specifica preparazione, e non
solo professionale. A mio giudizio, oggi come oggi, il
pizzaiolo non è semplicemente identificabile nella figura
che per tradizione impasta e sforna pizze o calzoni, bensì
è riconducibile, almeno in alcuni casi, alla figura
dell’esperto di più vasto raggio, per esempio dell’esperto
in gastronomia, in alimentazione, in proprietà
organolettiche dei cibi, in enologia. Voglio significare,
con questo, che il professionista della pizza oggi deve
essere “totale”, vale a dire culturalmente preparato ai
più diversi temi attinenti la specificità della sua
professione. Una preparazione di tale genere, è evidente,
contribuirebbe a dare alla figura del pizzaiolo una ben
diversa autorevolezza, un ben più corposo prestigio, a
tutto vantaggio dell’economia di tale settore. Per i
giovani, inoltre, affiancare ad un mestiere di buona
collocazione sul mercato una altrettanto positiva
qualificazione professionale-culturale contribuirebbe non
solo a sfatare il mito negativo del pizzaiolo come
mestierante di ripiego ma a far crescere il prestigio e
l’appetibilità di un lavoro che, contro ogni stereotipo,
oggi significa anche imprenditorialità, business, fantasia
d’azienda. Premesso che un mestiere come questo non
s’improvvisa, ritengo che la semplice formazione
professionale, così com’è oggi è concepita, sia
riduttiva. Vanno bene i corsi, funzionano gli stages,
esistono scuole specifiche, ma io credo che i tempi siano
maturi per inserire a pieno titolo questa specifica
professione all’interno di un corso di Scienze
dell’Alimentazione, così come alcune Facoltà Universitarie
oggi prospettano. Un diploma universitario, o un corso di
laurea breve potrebbe essere mossa strategica e vincente
per individuare per giovani vocati percorsi formativi
coerenti e non dispersivi. Condividendo il dato sulla
cronica mancanza di pizzaioli in Italia, e senza
addentrarci a considerare quanto, e ben più consistente, è
la richiesta di tale professionalità proveniente
dall’estero. Europa e mondo intero, ritengo che parte di
tale mancanza possa essere soddisfatta dall’assunzione nel
contesto della scuola pubblica di questa specifica
formazione professionale, ma ribadisco che l’acme
formativa per le autentiche eccellenze professionali possa
e debba essere, come detto poco sopra, l’inserimento delle
facoltà universitarie attinenti. E’ evidente, poi, che
tale primato dovrebbe essere non solo rivendicato, ma
attuato dall’Italia, paese culla della pizza, prima che
altri stati più intraprendenti possano privarci di tale
idea e realizzazione. Rinunciare ad una seria e
discriminante formazione culturale significherebbe aprire
del tutto le porte alla standardizzazione, alla
globalizzazione del prodotto pizza, al pressappochismo di
chi, al posto del pizzaiolo professionista, mette in opera
un operatore assolutamente non specializzato quando non
addirittura una macchina spianapizza. Poi mi si pone un
altro quesito – se è giusto che in Italia esistono circa
30 associazioni di categorie-. Mio modesto parere è che le
associazioni, piccole o grandi, numerose o limitate,
nascano comunque, quando la categoria che le esprime si
sente trascurata dallo stato o da chi, all’interno dello
stato, dovrebbe essere suo preciso punto di riferimento.
Di conseguenza il proliferare di “comitati spontanei” non
va visto né come segno di vitalità, né come male endemico
della categoria, ma letto e affrontato come un dato di
fatto, un segnale di malessere generico e diffuso e,
contemporaneamente, una denuncia di disinteresse se non di
superficialità da parte delle istituzioni preposte. E’
esperienza mia personale l’aver bussato in più occasioni,
in diversi periodi della mia lunga attività, alla porta di
svariate associazioni di categoria, senza ottenere
risultanti confortanti. Non ho la bacchetta magica né
siamo in grado, come categoria, di mettere d’accordo le
anime fantasiose di professionisti che, all’interno dei
singoli percorsi formativi e professionali, hanno proprio
la fantasia come qualità caratteriale di partenza. Siamo
tuttavia una categoria d’imprenditori portati alla
positività e all’ottimismo, e proprio questa
caratteristica che ci unisce da Bolzano a Caltanisetta può
farci compattare come categoria verso risultati che sono
auspicabili e auspicati da tutti: un sacrosanto
riconoscimento per la tutela e la valorizzazione di questo
storico mestiere. Per ottenere questo risultato, invocato
da anni, è indispensabile l’apporto o il coinvolgimento
diretto delle istituzioni. Concludo affermando che, quando
la categoria avrà riconquistato anche attraverso il
sostegno pubblico consapevolezza e senso autentico di
partecipazione, non avrà più bisogno di condottieri, né di
leader carismatici. Noi siamo pronti alla sfida, per
vincerla.
Beppe Francese Pizzerie
d’Italia |